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Cronaca Macerata

Guido Picchio e Andrea Angeli, un legame speciale: "Portavi pace là dove c'erano le bombe. Fa' buon viaggio"

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"Guiducciiiii". Così, in maniera inconfondibile, così come lo era il suo sferragliare con le chiavi sulla porta prima di centrare il verso giusto con cui far scattare la serratura, si annunciava e si presentava, ogni volta, nella redazione di Picchio News, Andrea Angeli. Basterebbe soltanto questo particolare a fotografare il rapporto fraterno, a tratti quasi simbiotico, che ha legato Andrea a Guido Picchio, il direttore responsabile di questa testata.

È uno di quei casi in cui si scrive con gli occhi umidi. Chiedo a Guido, chi altri meglio di lui, un ricordo del suo amico Andrea. Facendolo so di chiedergli di fare uno sforzo, di scavalcare il dolore per una perdita incolmabile, che ha profondamente toccato tutta la nostra redazione. 

Gli chiedo la prima volta che si sono conosciuti: "Il nostro rapporto era già iniziato da tempo, ma è nel 1994 che è diventato qualcosa di molto più profondo. Andrea era a Sarajevo, durante la guerra, e mi propose di andare con lui. Mi lasciò un giubbotto antiproiettile e organizzò tutto perché potessi raggiungerlo. Per me era la prima esperienza in uno scenario di guerra."

Guido racconta di essere partito insieme ad altri giornalisti di testate nazionali (Toni Capuozzo, Paolo Liguori, Federico Bugno, Gigi Riva), su un volo che trasportava aiuti umanitari verso Sarajevo. Una volta atterrati, però, non c'era tempo da perdere: bisognava scendere rapidamente dall'aereo e raggiungere il mezzo blindato che attendeva a poche decine di metri, mentre dalle colline arrivavano i colpi: "Andrea aveva già pensato a tutto. Dove dormire, con chi muovermi, dove mangiare, come organizzare il rientro. Io ero un giornalista freelance che non conosceva nessuno. Lui mi aveva preparato il terreno. È stato il mio angelo custode."

Da quella prima esperienza sarebbe, per l'appunto, nata un'amicizia fraterna, destinata a durare per oltre trent'anni e a passare attraverso alcuni dei luoghi più difficili del mondo. Sarajevo, il Kosovo, l'Afghanistan e altri scenari di crisi nei quali Andrea continuava a esserci, sempre con quel suo modo discreto di muoversi e di mettere gli altri nelle condizioni di lavorare: "Con Andrea si aprivano porte che altrimenti sarebbero rimaste chiuse. Aveva una rete di rapporti incredibile: giornalisti, funzionari, generali, ambasciatori. Mi ha permesso di fare servizi e di incontrare persone che, da solo, probabilmente non avrei mai potuto avvicinare."

Erano anni in cui fare il giornalista in quei luoghi significava anche affrontare difficoltà che oggi sembrano quasi impensabili. Non c'erano i cellulari e da Sarajevo bisognava spesso dettare gli articoli per telefono, sostenendo costi enormi. Per vendere fotografie e servizi Guido doveva poi rientrare in Italia, spostarsi in treno fino a Milano e cercare di trasformare quelle immagini e quei racconti in lavoro. Eppure, anche in quelle condizioni, riuscì a realizzare reportage importanti, collaborando con testate come Corriere della Sera, Oggi, Gente, L'Espresso e Panorama.

Nel frattempo, anche Andrea conosceva direttamente il pericolo. Fu sequestrato dai serbi e trattenuto per tre giorni. Un'esperienza che non lo avrebbe però allontanato dagli scenari di crisi. Guido stesso, qualche mese dopo, avrebbe vissuto un'esperienza di sequestro insieme ai giornalisti Lucia Annunziata e Federico Bugno: "Erano situazioni in cui potevi davvero rischiare la vita. Eppure Andrea aveva una capacità incredibile di rimanere lucido. Anche quando intorno c'era il caos, lui riusciva a trasmetterti tranquillità. Mi diceva: 'Stai con me'. E tu sapevi che potevi fidarti."

È forse proprio qui che emerge uno dei tratti più caratteristici di Andrea Angeli. La sua autorevolezza non aveva bisogno di essere esibita. Aveva rapporti ai massimi livelli, ma riusciva a parlare con tutti nello stesso modo: "Per Andrea erano tutti uguali. Non faceva differenza tra un generale, un ambasciatore, un giornalista di qualsiasi testata o una persona che incontrava per strada. Se qualcuno aveva bisogno di una mano, lui cercava di fare quello che poteva. Ed era per questo che era così amato."

Guido ricorda con particolare affetto le tante occasioni in cui quella sua straordinaria rete di conoscenze diventava quasi surreale. Andrea poteva arrivare alla Farnesina su una Renault 4 sgangherata e muoversi con la stessa naturalezza con cui avrebbe attraversato una strada di Macerata. Conosceva volti, nomi, persone e ambienti di ogni genere. Poteva trovarsi davanti a un ambasciatore, a un generale o a un esponente delle istituzioni e comportarsi esattamente come avrebbe fatto con un vecchio amico: "Questa era la cosa che mi colpiva di più. Aveva le porte aperte ovunque, ma non aveva perso nulla della sua semplicità". 

È un tratto che Guido ritrova anche nei tanti viaggi fatti insieme negli anni successivi. Andrea non era soltanto quello che permetteva di arrivare in un luogo: era quello che faceva sentire al sicuro chi arrivava con lui. Una presenza capace di orientarsi in contesti sconosciuti e di trasformare la propria esperienza in una forma di protezione per gli altri: "Abbiamo vissuto tante cose insieme. E ogni volta Andrea c'era. Anche quando sembrava impossibile organizzare qualcosa, lui trovava il modo. È grazie a lui se ho potuto raccontare tante realtà e realizzare servizi che altrimenti non avrei mai potuto fare."

Parliamo di un uomo che per professione ha portato pace negli scenari di guerra e questo traspariva nel suo tono placido, nel suo modo di vivere lento, da acuto osservatore, in anacronismo con la realtà attuale, in cui si tende a piegare il tempo, senza rispettarlo.

Abbiamo avuto il piacere di conoscere l’uomo nella sua quotidianità, svestito l’impeccabile completo con cui si presentava in ogni occasione pubblica. Di Andrea ci resterà quel suo fisico slanciato che si accompagnava a un portamento elegante per natura e per cultura e che te ne faceva avvertire, soltanto standogli accanto, lo spessore umano. È una sensazione che non capita spesso. Anzi, quasi mai. Ci resteranno i suoi occhi azzurri che spuntavano come fessure gentili dal volto e dietro i quali potevi leggere il suo animo curioso, la sua apertura verso il mondo.

Di lui ci resterà il suo amore per la carta stampata. E indubbiamente ci resterà il suo amore per il viaggio. Il modo di vivere itinerante che lo ha sempre accompagnato, senza però mai tradire il legame viscerale per la città natale, Macerata: "Andrea aveva girato il mondo, aveva vissuto in posti diversi, aveva rapporti a Roma, a New York e in tantissimi altri luoghi. Ma Macerata era sempre il punto in cui tornava - ricorda Guido -. Era un maceratese che portava il nome della nostra città in giro per il mondo. E forse Macerata non si è mai resa fino in fondo conto della grandezza di questo suo figlio."

"Non è un caso che sia finita così. Negli ultimi giorni Macerata se l'è tenuto con sé". Una frase che Guido pronuncia con la voce spezzata, perché dentro ci sono una vita intera e migliaia di ricordi. Ricordi che non possono essere racchiusi in una sola fotografia, in un solo viaggio, in una sola storia.

Non possiamo che concludere queste righe con: "Fa' buon viaggio, anche questa volta, A.A.".

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