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Giornata internazionale per l'aborto sicuro, ma nelle Marche il 67% dei ginecologi è obiettore

corteo legge 194

Il 28 settembre si celebra la giornata internazionale per l' aborto sicuro. Una data che assume un valore particolare nel nostro Paese, considerando la recente scomparsa di una delle personalità di maggiore spicco che si è battuta per l’ottenimento di questo diritto: Emma Bonino.

Il 22 maggio del 1978 la legge 194 permette alle donne italiane di poter scegliere se porre fine a una gravidanza evitando di ricorrere a pratiche che per anni hanno messo a rischio la loro salute e la loro stessa vita.

Bonino in prima persona aveva vissuto l’esperienza dell’aborto, evento che la spingerà definitivamente a impegnarsi con tutte le sue forze per far si che altre donne non vivessero la sua stessa esperienza.

Insieme a Adele Faccio, all’epoca direttrice del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto (Cisa) di Firenze, Marco Pannella e Gianfranco Spadaccia inizia un percorso pubblico per aiutare le donne ad abortire in modo sicuro.

Questo valse il loro arresto nel 1975 ma non intaccò l’impegno per il diritto che arrivò tre anni dopo, nel 1978.

Questo diritto e l’aborto sicuro di cui oggi si celebra la giornata internazionale fanno riferimento ad una serie di elementi che dovrebbero garantirne l’attuazione. Si parla quindi di luoghi e personale adatto, di garanzie per la donna che permettano la sua tranquillità e il suo monitoraggio anche nelle fasi successive.

Ma pur essendo presente la legge 194, l’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza in Italia non è omogeneo.

Gli ostacoli riguardano le barriere organizzative e informative che, già a monte, posso rappresentare un problema per chi vuole accedere al trattamento. Inoltre, le differenze presenti nella disponibilità dei servizi tra territori causano spesso la necessità per le pazienti di spostarsi dalla propria provincia, se non addirittura dalla propria regione. Spostamenti che, tra l’altro, hanno un costo. Il fenomeno del turismo abortivo, in tal senso, si inserisce all’interno di una problematica più ampia che riguarda la prevalenza di medici obiettori di coscienza all’interno delle strutture sanitarie.

Nel report “Aborto a ostacoli. Come le politiche di deterrenza minacciano l’accesso alla Interruzione Volontaria di Gravidanza in Italia” pubblicato da Medici del Mondo Italia nel 2024 è stato osservato come l’Italia si inserisca all’interno dei paesi che sta innalzando le politiche restrittive rispetto all’IVG.

Il report si sofferma sulla presenza di zone grigie della legge 194 che permettono alle regioni di poter arginare sempre di più la pratica dell’IGV. In questo contesto è necessario ricordare che l’interruzione volontaria di gravidanza si può effettuare entro i primi novanta giorni di gestazione in caso di “circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la salute fisica o psichica” della persona incinta, “in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”.

Dopo questo tempo la pratica di aborto terapeutico può essere adottata unicamente nei casi di “grave pericolo per la vita della donna” o di “processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna”.

L’articolo 9 della legge è quello che tratta la questione dell’obiezione di coscienza, per cui “il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte alle procedure per l’interruzione della gravidanza”.

Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità, fermi al 2023, la presenza di ginecologi obiettori di coscienza in Italia è pari al 57,1%. Per i dati relativi alla regione Marche, riprendiamo quelli della mappa fornita dalle giornaliste Chiara Lalli e Sonia Montegiove in “Mai Dati”. La media regionale di ginecologi obiettori è del 67,4%, vale a dire 2 ginecologi su 3, quella degli anestesisti del 35,1%.

La situazione degli ospedali regionali è la seguente:

I dati presi in considerazione sono relativi al 2023 e già datati, segno del fatto che serve un maggiore impegno nel tracciare il fenomeno. Oltre all'elemento dell’obiezione di coscienza, nella regione è presente anche una difficoltà di accesso alla IVG farmacologica, che non contempla l’intervento chirurgico e prevede l’assunzione di due pillole a 48 ore di distanza l’una dall’altra: il mifepristone (RU486) e il misoprostolo.

Le Marche rientrano tra le regioni che hanno deciso di non attuare le linee del Ministero della Salute nel 2020 sulla RU486. La regione non ha adottato l’estensione a 9 settimane per la sua somministrazione, permettendola solamente in ospedale, in day hospital e solamente entro 7 settimane di gestazione.

Nella giornata di oggi serve ricordare che la presenza di un diritto non ne prevede, conseguentemente, la garanzia della sua piena attuazione. È necessario che alle donne venga assicurata la possibilità di accedere ai percorsi di interruzione volontaria di gravidanza nel rispetto della loro persona e del diritto di autodeterminazione e nel luogo in cui vivono, senza rendere il momento ulteriormente complesso.

(Foto di repertorio) 

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