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Cultura Macerata

È uscito il libro postumo di Andrea Angeli: "Inviati di guerra", il racconto di una vita sul fronte Onu

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È uscito "Inviati di guerra. Una vita al loro fianco", il libro postumo di Andrea Angeli, pubblicato da Rubbettino lo scorso 16 ottobre. Il diplomatico delle Nazioni Unite lo aveva terminato poco prima di morire, a fine agosto, nella sua Macerata e, in parte, anche all'interno della redazione di Picchio News, ospitato dall'amico fraterno Guido Picchio. Per presentarlo la giornalista Elisabetta Burba, nel quotidiano online Krisis, ha selezionato alcuni brani: cartoline dall’inferno che ripercorrono le sue esperienze in diversi teatri di crisi, dalla Cambogia alla Bosnia, dall’Iraq al Kosovo.

Una selezione che dimostra la profondità dello sguardo e offre uno spaccato del rigore professionale di Andrea Angeli. Con queste pagine, Krisis desidera rendere omaggio a un uomo che ha operato nei luoghi più difficili del nostro tempo con competenza, riservatezza e, soprattutto, profonda umanità.

Come scrive nella prefazione del libro il giornalista Jas Gawronsky, "Andrea non ha mai fatto mancare un aiuto ai giornalisti che conoscevano il mestiere, ma non è mai venuto meno ai suoi obblighi di riservatezza e rispetto delle istituzioni". E conclude: "Questa sua equidistanza dalla fonte e dalla foce, in quel terreno scivoloso in cui galleggiano le notizie, le indiscrezioni e a volte gli avvelenatori di pozzi, ne ha caratterizzato non solo i 16 anni di servizio in ex Jugoslavia e i sette tra Irak e Afghanistan, ma anche i periodi trascorsi su scenari apparentemente meno decisivi, eppure sensibilissimi, come la Cambogia o Timor Est".

Di seguito gli stralci del libro di Andrea Angeli, selezionati da Elisabetta Burba:

In Cambogia con Tiziano Terzani

«Ai primi del ’92 si chiuse l’entusiasmante esperienza newyorkese e, come preannunciato, mi ritrovai nella lista del personale in partenza per la mega spedizione in Cambogia. Un contingente Onu di 22.000 effettivi tra militari e civili in via di dispiegamento nell’ex colonia francese, con lo scopo di creare un governo legittimo dopo quattro anni di Khmer rossi e nove di occupazione vietnamita. Passare dai grattacieli di 50 piani alle palafitte non fu facile, come pure allontanarsi da una cerchia di conoscenze di lavoro di notevole interesse, divenute nel tempo buone amicizie; ma la vita dell’espatriato è così, anche se gli “sbalzi” all’Onu sono maggiori che in una multinazionale […].

Chi nel giro della stampa – italiana e non – dominava incontrastato era Tiziano Terzani, approdato a Bangkok dopo un ventennale peregrinare per varie capitali asiatiche. Ogni mese si faceva vedere a Phnom Penh. Conosceva alla perfezione il Paese – da cui era stato cacciato dai Khmer rossi nel ’77 – e non aveva molta pazienza e tempo da perdere con noi novellini. Normalmente lo si incontrava tramite Peppino De Vincentiis, il quale si era guadagnato la sua stima per essere giunto con la primissima avanguardia Onu insieme a Sergio Vieira de Mello, o in occasione di fugaci apparizioni la domenica nella piscina dell’hotel Cambodiana. In Italia Terzani era conosciuto dagli attenti lettori del Corriere, con cui collaborava in occasione di fatti eclatanti, ma soprattutto dagli appassionati di Indocina per via del suo “Giai Phong” in cui raccontava la caduta di Saigon, un best seller della fine degli anni Settanta tradotto in varie lingue. Ben più noto era tuttavia in Germania dove i suoi articoli uscivano regolarmente da anni su Der Spiegel e su Stern.

Anche chi non sapeva più di tanto su di lui – io tra questi – ne rimaneva profondamente colpito. Portamento solenne, rigorosamente vestito di bianco, eloquio forbito, racconti formidabili, memoria d’acciaio, affascinava l’interlocutore. Proprio in quel periodo prese la decisione di non viaggiare in aereo per un anno, lo confidò per primo a noi amici cambogiani. Ne scaturì Un indovino mi disse, libro che lo fece conoscere al grande pubblico italico».

In Bosnia con Christiane Amanpour

«Il passo da Phnom Penh a Sarajevo fu quindi assai breve e questa volta press officer lo ero ufficialmente e non dietro le quinte, perdipiù nella missione del Palazzo di vetro di maggiore importanza in quel momento. Tuttavia, incoscientemente non mi rendevo conto quanto rischioso e impegnativo sarebbe stato vivere in quelle zone né quanto delicato potesse essere quell’incarico. Realizzai entrambe le cose già nei primi giorni.

Il viaggio in auto non blindata da Zagabria alla capitale bosniaca, seppur in convoglio di tre mezzi, fu un incubo, tant’è che da quel giorno vennero messi al bando quegli spostamenti via terra. I primi due impegni professionali furono di accompagnare Christiane Amanpour della CNN e Flora Lewis del NY Times all’aeroporto per assistere allo sbarco di aiuti umanitari e il giorno dopo di scortare in una postazione avanzata di caschi blu la scrittrice e filosofa americana Susan Sontag. Le prime due erano autentiche star dell’informazione. Christiane monopolizzava il canale americano all-news, faceva dirette praticamente senza sosta, aggiornava i servizi ogni tre ore, dormiva a singhiozzo; l’altra inviata dello stesso canale, Jackie Shymanski, venticinquenne canadese di Winnipeg, pur bravissima, non aveva lo stesso fisico della collega angloiraniana, ogni tanto quando andavo negli scantinati dell’ Eurovisione da dove trasmetteva la trovavo con il capo appoggiato sulle braccia conserte per sfruttare anche una breve pausa per il riposo.

La Lewis era la principale foreign correspondent e columnist del quotidiano newyorkese dopo essere stata per vent’anni in giro per il mondo con la Associated Press. Susan Sontag aveva sposato la causa dei sarajevesi trascorrendo nonostante le ristrettezze e i rischi lunghi periodi nella capitale bosniaca. Era divenuta un simbolo della capitale insanguinata. Mesi prima aveva sfidato l’assedio portando in scena Aspettando Godot di Samuel Beckett nel grottesco teatro nazionale illuminato da tante piccole candele. Per quel gesto coraggioso e la profonda vicinanza ai circoli intellettuali, il sindaco Kreševljaković le aveva concesso la cittadinanza onoraria di Sarajevo mentre il consiglio comunale nel Dopoguerra intitolerà a lei la piazza del teatro».

In Irak con Bernardo Valli

«Dei tanti incontri con Bernardo sul campo, ricordo in particolare una notte sotto le stelle di Nassiriya. Leonardo Leso, responsabile dei reparti dell’Arma impiegati all’estero, si trovava in visita ai carabinieri lì dislocati e mi aveva invitato a seguirlo in un pattugliamento a piedi. “Passo verso l’una dall’hotel Janoob, quello sulle rive dell’Eufrate”, mi aveva detto. Chiesi permesso di far venire l’inviato di Repubblica. “Certo – rispose – così anche lui si capacita del nostro impegno per la sicurezza. Ma – aggiunse – verrà a quell’ora?”. Per Leso, come per i paracadutisti del Tuscania, di cui è stato a lungo comandante, giorno e notte pari erano. Dare appuntamenti a ore in cui generalmente si dorme è perfettamente normale. Non avendo atteso il mio assenso, dava per scontato che lo stesso fosse per me: cosa purtroppo vera. Valli all’idea di vederci all’una nella notte di Nassiriya non batté ciglio. “Ok – disse Bernardo – così vediamo bene la città, di giorno c’è sempre un tal casino”. All’una, puntuale, dal buio Lungoeufrate spuntò la footpatrol dell’Arma. Accompagnavano Leso il comandante Carmelo Burgio, anche lui da una vita al Tuscania e lo scrittore-regista Pino Agnetti. Agli angoli, quasi invisibili, silenziosi come gatti, quattro brigadieri baschi amaranto. Ci incamminammo insieme. Bernardo iniziò a parlare dell’Irak ai tempi di Re Faysal II, da lui incontrato nel ’57; i due ufficiali e l’inviato legarono subito. Le due ore di marcia passarono senza che ce ne accorgessimo. Valli, solitamente parco nella citazione di individui, il giorno dopo raccontando la ricognizione notturna nel reportage da Nassiriya, menzionò i due carabinieri “d’azione” per nome e cognome, segno che lo avevano impressionato favorevolmente».

In Kosovo con Guido Picchio ed Elisabetta Burba

«All’indomani del ritiro delle forze di sicurezza serbe dal Kosovo si aprì una stagione di vendette che le forze internazionali con molte difficoltà cercarono di arginare. Non sempre fu possibile. Tra gli obiettivi sensibili vi erano i pochi serbi rimasti oltre che, in alcuni casi, kosovari fedeli alla linea moderata del leader pacifista Ibrahim Rugova. A rischio anche chiese e monasteri serbo-ortodossi. Nel giro di pochi mesi ne fecero le spese un centinaio di edifici religiosi, in gran parte nelle aree occidentali. Ci fu senza dubbio una sottovalutazione del fenomeno. Il grido d’allarme fu sintetizzato da un’eloquente pubblicazione dell’antico Patriarcato di Peć, dove stazionavano le truppe italiane. Crucified Kosovo mostrava inequivocabilmente un centinaio di chiese e monasteri prima e dopo il dispiegamento dei soldati stranieri: un documento agghiacciante […].

Ricordo ancora un pomeriggio di dicembre 2001, un venerdì, piombarono in ufficio Elisabetta Burba di Panorama accompagnata dal fotografo Guido Picchio. Dovevano seguire un’operazione riservata che reparti speciali dei carabinieri avrebbero condotto all’alba del giorno dopo nell’area Sud-Ovest del Kosovo e fare una breve ricognizione a Kukës domenica. «Dato che siamo nel fine settimana vi accompagno volentieri – gli dissi – anche a me interessa vedere come è diventato l’avamposto albanese e poi tengo molto a farvi vedere Dečani». «Dobbiamo però prendere la mia Pandina – aggiunsi – la jeep UN può attraversare la frontiera solo con un permesso speciale».

Dopo il monastero concordammo cena al vicino comando italiano e pernottamento in hotel a Dakovica, pronti per il giorno dopo. Entrambe le visite si protrassero più del programmato. Elisabetta – fondatrice di Krisis, sito di geopolitica – rimase affascinata dai racconti di padre Sava e ottenne utili dritte per il suo reportage del giorno dopo. Fuori aveva iniziato a fioccare ma nell’affollato bar della truppa una grappa tirò l’altra ed Elisabetta da buona carnica non volle rinunciare al bicchiere della staffa. Il comandante ci aveva offerto gentilmente una branda, ma preferimmo proseguire.

Non c’era un cane per strada, classica notte da lupi. Contavo almeno in uno spalaneve, sapevo che la Nato ne aveva donati cinque alla forza di protezione civile locale. Neanche quello. Con l’aumentare del manto nevoso pigiai l’acceleratore sperando di superare eventuali accumuli. Ce l’avrei forse fatta se l’impatto con un montarozzo non avesse fatto sganciare il cavo d’acciaio del cambio: bloccati a folle. Passò un camioncino che ci avrebbe trainato nella direzione opposta. Preferimmo aspettare. Nel frattempo, riuscimmo a contattare la pattuglia Onu della Guardia di finanza in servizio al confine con l’Albania, Davide Marchese e Paul Giaquinto erano già a letto ma in meno di un’ora ci raggiunsero trainandoci fino a Dakovica. La gelida notte in Panda fu scongiurata anche se i due reporter se la videro brutta, e io con loro.

L’operazione Nato del giorno dopo scattò simultaneamente in varie città del mondo. Nel mirino degli investigatori internazionali la Global relief foundation, ong islamica con base in Illinois messa sotto inchiesta dall’Fbi per supposta affiliazione ad al Qaeda. I due iracheni che gestivano l’antenna di Dakovica furono presi in consegna dai carabinieri del generale Garelli che provvidero anche a sequestrare vari scatoloni di materiale informativo inneggiante alla jihad. Lo scoop c’era tutto. Da tempo si sospettava che la lunga fase transitoria del nuovo Kosovo potesse creare terreno fertile per infiltrazioni di estremisti religiosi, ma la notizia che ci fossero veri e propri covi di seguaci di Bin Laden in un territorio sotto controllo NATO colse di sorpresa i più».

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